Nessuna età dell’innocenza, l’uomo ferisce respirando

Sono innocente, dice Joe. Oh, no. Innocente, come dire “che non nuoce”. Non lo sono io, non lo sei tu, non lo è nessuno. L’atto, il gesto, è una ferita – una scorticatura irredimibile dell’essere. Agire è ferire, è modificare senza appello la storia universale: la storia universale e le singole, le infime storie di noi infimi uomini che ne costituiamo la trama. E a poco, a niente anzi, servono i rimpianti, le costruzioni mentali su ciò che poteva essere e non è stato: qualunque azione, qualunque mossa avessimo compiuto, non avrebbe salvato l’essere dal suo divenire altro. Continua a leggere

“Tira su la scorza” – Con la terza ode si compie il delitto imperfetto di Joe (o: Goethe, parte III)

Se è vero che il postino suona sempre due volte e l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, Joe, che è iper-competitivo, non può essere da meno. Eccolo allora tornare a infierire per la terza volta sul Wolfango germanico. La terza è l’ultima delle Odi al mio amico (leggere l’originale, prego), perciò l’esperimento si ferma – al momento – qui. Se Joe ne avrà le forze, la prossima volta che tireremo fuori Goethe, sarà per dire qualche facezia intorno ai picchi e agli abissi del suo Faust.
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Bullismi metaforici su Goethe – parte II

Le promesse sono debiti, anche quelle di Joe – benché talvolta fatte con parole indebite. Ecco allora la seconda cover delle tre odi goethiane Al mio amico. L’originale, da leggere!, lo trovate qui.
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Joe si dà alle cover maltrattando Goethe

La fortuna vostra e mia, è che Joe si annoia facilmente. Ecco allora che per darsi nuovo respiro, torna a parlare – meglio, a scrivere poesia. Non “di” poesia, ma poesia. Che succede? Già in altra occasione Joe ha raccontato ciò che pensa di quella nobile arte che è la traduzione di poesia. E ancora prima, qualcuno di voi sedici lettori potrebbe essersi imbattuto nelle “traduzioni-esecuzioni” Daniele Gigli – il doppio di Joe – fece dell’amato T.S. Eliot.
In quel termine “esecuzioni” Daniele intendeva definire non il killeraggio del testo originale – come voi ironici birboni starete pensando, ma già il sommo Cesare Cavalleri si prese in passato la briga di difenderlo dall’accusa – ma una concezione della traduzione come interpretazione di uno spartito. Spingendosi oltre, qui e nelle prossime due settimane, Joe vuole perciò condividere con voi e con i passanti tre “cover”, le Odi al mio amico scritte da Goethe nel 1767. Cover per intendere traduzioni più “spinte” della semplice interpretazione, più simili a riscritture che non a traduzioni. Direte, beh, non si poteva chiamarle “imitazioni” come fece anche Leopardi? No, perché qui il concetto è opposto: non materiale nuovo in una forma nota e imitata, ma nucleo tematico e immagini “convertite” in lingua e forma attuali.
È un tentativo, ma mi diverte un sacco. E le cose divertenti si spendono con gli amici, no?

(Nota: Joe è stato aiutato dalla bella traduzione einaudiana di Giuliano Baioni. Nessun artista oltre Goethe è stato maltrattato per questo tentativo. Per chi volesse in seguito riaversi, si può – anzi si deve – leggere l’originale goethiano qui). Continua a leggere

Dal cinico Joe, auguri a tutti di un eterno Capodanno

Chi ha l’ardire e l’onere di frequentarlo, sa che Joe non considera Francesco I tra i suoi irrinunciabili maestri di pensiero. (Disclaimer: prima o poi, a Dio piacendo, Joe tornerà a parlare di prati, farfalle, trasparenti cascate e tutte quelle facezie che il mondo crede debbano interessare a un poeta: e forse a un poeta sì, ma Joe non è un poeta, è casomai uno scrittore in versi). Dicevamo: Joe, pur amandolo cordialmente di amore filiale e riservandogli devota e dovuta obbedienza, non considera Francesco I tra i suoi irrinunciabili maestri di pensiero. E tuttavia… Tuttavia è la notte di Capodanno, Joe si è tenuto abilmente alla larga da qualsivoglia compagnia e festeggiamento e può perciò prodursi in pensose et laboriose letture onde riversarne i pensamenti sui suoi malcapitati amici et lettori. Per meglio dire, è di riletture, che si tratta. E – insieme a qualche verso del caro T.S.E., che sfina e va con tutto, come il nero e il whisky – protagoniste del Capodanno metaforico sono le ultime due encicliche “sociali” che la Chiesa ha donato al mondo: Caritas in veritate (2009) di BXVI e la famigerata Laudato Si’, promulgata da Francesco nel 2015. Sulla prima forse tornerò in qualche altra occasione, sempre che non rinsavisca e ricominci come ogni buon poeta a parlare solo di api, prati di lillà e altalene nella nebbia dell’infanzia. Di Laudato Si’, invece, Joe intende condividere alcune sorprese avute rileggendola. Continua a leggere

Non chiedetemi come sto, chiedetemi che cosa Dio vuole

Chi conosce Joe sa di una certa sua insofferenza per le frasi di contesto (quelle tipo: “pronto, chi parla?”), soprattutto quando queste tentano di uscire dal loro ruolo di schermaglia sociale, illudendo se stesse e chi le pronuncia di avere una reale sostanza. Tra queste frasi-struttura le peggiori, quelle che più gli provocano l’orticaria, sono quelle che accompagnano i saluti, il profluvio di tutto bene-come andiamo-si tira avanti che seguono abitualmente il “ciao” o il “buongiorno”.
Ed è così, per questa insofferenza, che qualche anno fa tra il serio e il faceto Joe cominciò la sua battaglia contro il tremebondo “tutto bene?”, particolarmente nella sua declinazione milanese “tutto beeeeeeene?” Dice Joe: certo che no, di che parliamo, è ontologicamente impossibile: tutto è bene, perché tutto è dato, ma non tutto va bene. E se vuoi davvero parlare con me, se intendi davvero sapere come sto, come va la mia vita, allora chiedimelo davvero: non impormi un generico “tutto bene?”, ma chiedimi come sto.
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Perché un concerto di Baglioni funziona come un’opera di Wagner

Un’improvvida fuga di notizie sta minando la già scarsa credibilità di Joe Metafora. E siccome Joe sa che la miglior difesa è l’attacco, ecco la confessione. Ebbene sì, è tutto vero: Joe – insieme a Mamma Joe, sua sorella Jane e una quarta persona di cui manterrà segreta l’identità a costo della vita – è andato al concerto di Claudio Baglioni. E quel che è peggio, è che il Claudio nazionale gli ha procurato pensosissime riflessioni su Wagner, Eliot e l’opera d’arte totale.
Capite bene, amici metaforici, che non si possono impunemente veder crollare anni e anni di impegno nel costruire un’immagine da poeta maledetto per una leggerezza. Ecco perciò che urge una qualche teorizzazione serrata e stringente per tentare di salvare l’insalvabile e conservare a Joe una parvenza pur minima di decoro e gusto estetico.
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