T.S. Eliot ed Emily Hale, o: l’amore di un fantasma per un fantasma

Venerdì 3 ottobre, 1930. T.S. Eliot è in ufficio, forse, o forse a casa, e chi lo sa se è pomeriggio o se l’ora violetta così ben cantata nel Waste Land ha già lasciato il passo al buio della sera. È venerdì 3 ottobre ed Eliot, con l’improvvida audacia dei disperati, prende in mano la penna e scrive. Destinataria: miss Emily Hale, insegnante e attrice americana, amica di gioventù mai più vista né sentita – se non in rare occasioni – da quando nel 1914 le aveva confessato il proprio amore partendo per l’Europa. Una confessione che non aveva destato in Emily particolari reazioni, se è vero che a parte un pugno di lettere amichevoli e piuttosto formali scambiate tra il 1914 e il 1915, i due non avranno altri contatti, fatti salvi un paio di incontri occasionali nel ’22 e nel ’27.
Continua a leggere

La danza, la gioia e quell’oscuro desiderio mai detto

Sarà la vecchiaia, saranno i dolori lancinanti che bucano il cervello e gli impediscono di pensare, insomma non è ormai raro che il povero Joe spenda le sue serate guardando filmetti sentimentali senza troppe pretese. E così qualche sera fa le sue stanche membra hanno goduto di Shall we dance, film del 2004 con cast stellare che un giovane Joe aveva già visto al cinema (ma la scusa all’epoca era di seguire i desideri di un’aspirante Jane Metafora che mai lo divenne…)
Continua a leggere

Di amore, d’inferno e di altre faccende

Dal suo letto di dolore e patimento, a Joe è capitato ieri sera di vedere Casper in tv. Sì, Casper, quell’intrigo sentimentale con il fantasma graziosetto e rotondetto innamorato di una Cristina Ricci ancora bambina. E ha visto l’inferno. Continua a leggere

Di odore e di generazione

E dopo quattro anni, ecco che arriva un nuovo libro. Qui sotto la poesia che lo apre, al link tutte le informazioni per averlo.

Prima dell’Ariete

Asfalto bianco e luce,
luce che punta dai lampioni e spazza l’aria,
l’aria tiepida in anticipo sul tempo,
dopo la ghiaccia e prima dell’Ariete.

Il tempo non è fermo,
non ancora, sotto la cappa delle attese
il tempo muove, slarga spazi,
sgrana roccaforti.

Dove più quieto s’alza l’equinozio
è adesso il tempo, è adesso che si sceglie
vita o morte, speranza o perdizione.

Ora che il vento lieve e fuori tempo
muove spazi, fa promesse che non sa portare,
adesso è l’ora, adesso è vivere, è restare.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Per C., in memoriam (1978-2018)

Che in fondo è anche questo il bello della letteratura: poter scoprire che in un altro tempo e in un altro luogo qualcuno ha pre-sofferto per tuo conto, ti è stato sodale, ha scritto per te, per ciò che dovevi dire. Per me, oggi, è un giovanissimo Pound, di cui mi approprio per ricordare C. a un anno dalla sua morte.
Continua a leggere

Hoffmannstal e le opere: quale spazio tra spirito e comunità?

Ma che cos’è, poi, che davvero ci unisce?
È il 10 gennaio 1927 quando Hugo von Hofmannsthal entra nell’aula magna dell’Università di Monaco per pronunciare un discorso che ancora oggi è annoverato tra i capolavori della prosa in lingua tedesca. Il titolo, Le opere come spazio spirituale della nazione, è programmatico: «non è» infatti, dice Hofmannsthal, «l’abitare sul suolo natio, né il contatto fisico generato dai commerci che ci unisce a formare una comunità, bensì, prima di ogni cosa, l’esistenza di legami spirituali». Legami spirituali dati da una lingua in cui ci «ritroviamo uniti» e attraverso la quale «parla a noi il passato», instaurando tra le generazioni «un legame particolare dietro il quale intuiamo la presenza possente di un qualcosa che osiamo chiamare lo spirito della nazione».
Continua a leggere

Di domenica, prima del sacrificio

Questo è il periodo, o meglio, questa è l’epoca: confusa, violenta, con le giornate che si sciolgono in frammenti senza filo e le notizie che spaventano. Si vorrebbe pensare qualcosa, dire qualcosa, anzi: si è costretti a farlo, non si può non pensare, non dire. Ma ogni discorso è così parziale, così inadeguato…
Restano i versi, a volte e per grazia, a salvare la voglia di parlare e quella di guardare.
Continua a leggere

Di vita, di morte, d’umano

Davanti alla decisione della Consulta su Cappato, e all’immediato cicaleccio che ne è scaturito, ho pensieri confusi, o meglio: chiarissimi, ma che non riesco a far coerenti e consequenziali. Penso che anche in questo il pensiero-poesia mi ha salvato la vita e la testa: nel miracolo transitorio ma reale della convergenza dei punti di vista che passa attraverso la lingua e la struttura del testo.

Tutto questo per dire che prima e al di qua delle ragioni di ordine giuridico, filosofico e confessionale, mi sembra che nel non vietare a tutti i costi a qualcuno di uccidersi, ciò che perdiamo è quell’unico specchio, spesso smerigliato e unto, attraverso cui riconoscere noi stessi come presenti – e presenti all’universo.

Continua a leggere

La lingua è fascista? Scriviamo poesia

La specificità del linguaggio poetico, tanto più quanto più alta è la sua temperatura, è quella di conservare e sottolineare la propria polisemia. Un’operazione inversa, almeno in apparenza, a quella che facciamo tutti i giorni quando ci parliamo, quando proviamo più o meno distrattamente a intenderci affilando le parole come lame e presumendo di volta in volta che una parola significhi sempre, solo ed esclusivamente quel che in un dato momento conferma la nostra tesi. Un’operazione inversa, insomma, a quello che Barthes, in una boutade non del tutto smentita dalla realtà dei fatti, chiamava l’implicito fascismo della lingua.
Continua a leggere

“And all shall be well, and all manner of thing shall be well”

In quella mirabile sintesi di fede e ragione raccolta sotto il titolo Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità (Jaca Book, 1989), l’allora cardinal Ratzinger attacca la lezione sulla Speranza (il libro sistematizza le tre lezioni su Fede, Speranza e Carità svolte ai sacerdoti di Comunione e Liberazione nel 1986) con un ricordo personale: “Nella prima metà degli anni Settanta, un amico del nostro gruppo fece un viaggio in Olanda […]”. Il resoconto di quel viaggio, tra “seminari vuoti, ordini religiosi senza vocazioni, preti e religiosi che in gruppi voltano le spalle alla loro vocazione, la scomparsa della confessione […]” sembra – ed è – apocalittico. Eppure, ciò che lascia perplesso il brillante cardinale tedesco non è l’elenco delle disgrazie, ma il giudizio conclusivo dell’amico: una Chiesa “grandiosa, perché non c’era da nessuna parte pessimismo. […] Il fenomeno dell’ottimismo generale faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione; bastava a compensare ogni negativo”.
Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: