Conoscere per mistero, conoscere per ardore: Luzi e la parola come preghiera

Una delle cose che a Joe riesce più difficile far capire agli amici, ai nemici e a quelli di mezzo è la sua concezione della parola come preghiera. Volendo stringere, dice Joe che quando nominiamo qualcosa la stiamo sì indicando, descrivendo, definendo, ma anzitutto – anche se quasi mai ne siamo coscienti – la stiamo pregando affinché si sveli, si risveli, approfondisca per noi la sua natura. E che la parola con cui la nominiamo (ma secondo Joe vale anche per il verbo), di questa preghiera è lo strumento.

Ora, se leggendo fin qui non siete incorsi in sintomi spiacevoli come eritemi, bava alla bocca, voglia irrefrenabile di leggere la storia del popolo kirghizo in settantatré volumi, Joe ci riprova usando a suo pro una bella conferenza di Mario Luzi.

Un Mario Luzi che nella sua vecchiaia molto, forse troppo, generosa, tra i tanti interventi, prefazioni, chiacchierate, interviste rilasciati, nel marzo del 1995 viene invitato dall’Istituto di Scienze Religiose dell’Università di Urbino a inaugurare l’anno accademico. Tema: Vangelo e poesia. E siccome sono soltanto otto paginette che meritano di essere lette e meditate tutte, non ne farò il riassunto ma salterò subito al punto focale: come è possibile che noi, usando una parola, non solo non conosciamo esattamente ciò che nominiamo ma addirittura lo preghiamo? Di quali formule magiche e anti-razionali staremmo parlando? Niente di irrazionale, dice Luzi, anzi; questa concezione è quella che ci permette di sperare nella dicibilità e nella conoscibilità del reale, al di là – anzi, al di qua – della possibilità di nominarlo prima di conoscerlo:

“C’è qualcosa che non è alla portata della parola degli uomini, non riducibile alla loro parola. Questo equivale a dire che c’è un mistero; ed è un mistero che non nasconde, ma anzi si illumina come tale, si comunica come tale. […] Il mistero: è un vocabolo che noi usiamo e di cui abusiamo e abbiamo troppo abusato; perché in fondo è anche comodo; quello che non è intelligibile lo chiamo mistero: per cui hanno avuto buon gioco i filosofi dell’ottimismo positivista o gli scienziati euforici del positivismo quando nel mistero vedevano l’ignoranza. Vedevano la prova della superstizione, la prova di tutto ciò che essi imputavano alla religione o alla metafisica, come negativo. Ma mistero è una forma, invece, di conoscenza.” (Mario Luzi, Vangelo e poesia, “Il nuovo Leopardi”/46, 1995).

Eccezionale e limpido, nella sua esperienzialità. Ma c’è una cosa ancora più eccezionale, ed è il fatto che le cose che qui espone in prosa meditata e chiara, Luzi comincia a intuirle quarant’anni prima in forma di gesto artistico, quando – lavorando a Onore del vero – scrive la poesia Las Animas. Un esempio luminoso di come la pratica dell’arte – quando non intenda essere divertimento o distrazione – ci riconnetta con le nostre modalità espressive più profonde, fino a poter intuire, soltanto guardando una cerimonia per il giorno dei morti, che nel visibile che abbiamo davanti c’è anche dell’invisibile. E che c’è un modo per conoscerlo, un modo al di là degli occhi e delle parole, ma che degli occhi e delle parole ha bisogno; un modo senza il quale non c’è che il buio, l’inconoscibile, la morte-in-vita.

Fuoco dovunque, fuoco mite di sterpi, fuoco
sui muri dove fiotta un’ombra fievole
che non ha forza di stamparsi, fuoco
più oltre che a gugliate sale e scende
il colle per la sua tesa di cenere,
fuoco a fiocchi dai rami, dalle pergole.

Qui né prima né poi nel tempo giusto
ora che tutt’intorno la vallata
festosa e triste perde vita, perde
fuoco, mi volgo, enumero i miei morti
e la teoria pare più lunga, freme
di foglia in foglia fino al primo ceppo.

Da’ loro pace, pace eterna, portali
in salvo, via da questo mulinare
di cenere e di fiamme che s’accalca
strozzato nelle gole, si disperde
nelle viottole, vola incerto, spare;
fa’ che la morte sia morte, non altro
da morte, senza lotta, senza vita.

Da’ loro pace, pace eterna, placali.
Laggiù dov’è più fitta la falcidia
arano, spingono tini alle fonti,
parlottano nei quieti mutamenti
da ora a ora. Il cucciolo s’allunga
nell’orto presso l’angolo, s’appisola.

Un fuoco così mite basta appena,
se basta, a rischiarare finché duri
questa vita di sottobosco. Un altro,
solo un altro potrebbe fare il resto
e il più: consumare quelle spoglie,
mutarle in luce chiara, incorruttibile.

Requie dai morti per i vivi, requie
di vivi e morti in una fiamma. Attizzala:
la notte è qui, la notte si propaga,
tende tra i monti il suo vibrìo di ragna,
presto l’occhio non serve più, rimane
la conoscenza per ardore o il buio.

(Mario Luzi, Las Animas da Onore del vero, 1957)

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