Vocazione e civiltà: consonanti per i nostri nomi

Qualche tempo fa, in un incontro come sempre troppo fugace e troppo telematico, un’amica lamentava con Joe i tempi in cui le si insegnava che la cultura “nel piccolo e nel molto, costruisce una civiltà al posto di uno zoo”.
Da vecchio nostalgico di un passato mai visto e forse mai esistito, Joe non può che assentire: non si tratta, infatti, di intonare una lauda dei tempi andati, ma di intuire e accettare un’opzione che – come direbbe Quadrelli – se non recupera una tradizione attuata, quanto meno riconosce una tradizione possibile. Non si tratta nemmeno, peraltro, di levare il sopracciglio e perpetrare la terribile e sempre più drammatica forbice tra riflessività ed esperienza (anche qui Joe si difende e cita a suo pro i maggiori: Eliot, per esempio, con la sua icastica definizione che identificava nella separazione tra intelletto e senso il dramma della poesia e del pensiero moderni). Si tratta di difendere e amare le vette della cultura e della civiltà come vette dell’esperienza umana, per ciò stesso desiderabili e trasmissibili. Nulla più di questo, nulla meno di questo.
Ma siccome tutte le verità sono più belle quando s’incarnano in opera – e in quanto più belle anche più vere più chiare più comprensibili e accettabili –, ecco che, per farcelo meglio capire e accettare, nei primi anni Cinquanta del Novecento il cielo mette nella mente e nelle mani di Wystan Auden il poemetto Horae Canonicae, che ricalca – seguendo il passo delle ore liturgiche e il sacrificio di Cristo tenuto sullo sfondo – il rapporto tra singolo e civiltà, tra civiltà e società, tra società e storia. Ed è nel terzo movimento di questo poemetto, quello dedicato all’ora sesta, che Auden con la potenza che solo la poesia di genio riesce ad avere – mette in immagine tutta la portata conoscitiva di un uomo all’opera e di un’opera che, riconosciuta come vocazione propria, si fa cultura. Quel “di più” apparentemente innecessario all’uomo che “nel piccolo e nel molto”, dice l’amica di Joe, “costruisce una civiltà al posto di uno zoo”.

(Il bellissimo poemetto di Auden si trova qui. Qui sotto, invece, Joe tenta di non disonorarlo con una sua traduzione-imitazione della prima parte dell’ora sesta.)

Sesta, I

Non serve vedere che cosa uno fa
per sapere se è la sua vocazione,

c’è solo da guardare i suoi occhi:
un cuoco che mesce una salsa, un chirurgo

che fa un’incisione primaria,
l’impiegato che compila una bolla,

portano indosso la stessa espressione rapita,
dimentichi di se stessi in una funzione.

Come è bello,
questo sguardo adeso all’oggetto.

Ignorare le dee dell’appetito,
disertare i temibili altari

di Rhea, Afrodite, Diana, Demetra,
e pregare piuttosto San Foca,

Santa Barbara, San Saturnino,
o chi ne sia il patrono,

per essere degni del loro mistero –
che passo prodigioso è stato fatto.

Dovrebbero esserci monumenti, dovrebbero esserci odi
per gli eroi senza nome che furono i primi,

il primo a scordarsi del pranzo
per sfregare la pietra,

il primo a restare celibe
collezionando conchiglie.

Dove saremmo senza di loro?
Selvaggi, ancora, indomestici, ancora

a vagare tra le foreste senza
una consonante per i nostri nomi,

schiavi di Madre Natura, senza
una nozione di città

senza nessun mediatore
per questo mezzogiorno, per questa morte.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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