Il paganesimo, nostra natura

Non sarà certo Joe Metafora a dirvi chi era Jean Daniélou: a chi bazzica la teologia il nome, benché un po’ out, è senz’altro noto; a tutti gli altri ci auguriamo la maggior parte basteranno Wikipedia e questo articolo, che rende giustizia anche alla vicenda della sua morte, di cui troppo e male si parlò all’epoca e di cui non ci cale adesso.
Quello che preme a Joe sono invece le ragioni per cui gli è grato e per cui quando gli è concesso di ricordarselo prega per lui. La prima di queste ragioni è quella parete difficilissima e mai del tutto conquistata che risponde al titolo di Saggio sul mistero della storia (1953); la seconda, ma affettivamente dominante, è un’opera più “leggera” e più tarda, Miti pagani, mistero cristiano (1966). Un’opera che è ricapitata di recente tra le mani di Joe, entusiasmandolo come ogni volta che ne apre a caso le pagine. E se si apre la prima, ecco venir fuori questa definizione: “Lo stato naturale dell’uomo è dunque il paganesimo. L’ateismo è infra-naturale ed il cristianesimo sovra-naturale. L’uomo è naturalmente pagano, cioè ha un determinato rapporto con Dio. La grazia di Dio non distrugge la natura, ma la fa sbocciare: così che anche il paganesimo viene riconquistato, purificato e trasfigurato, ma non annientato, dalla grazia del Cristo”.
Vale a dire: l’uomo per natura è portato ad amare e lodare le cose; chi non ama e non loda le cose, è meno che umano: è sub-umano; il cristianesimo, risposta di Dio alle nostre domande pagane, le purifica e trasfigura senza annullarle. Come tutte le risposte, anzi, per poter servire a qualcosa, di queste domande pagane ha estremo bisogno. Fateci caso: i bambini, naturalmente pagani, sanno chiedere, frignare e dire grazie alle cose che sono per il solo fatto che sono. Tanti, troppi adulti – non più pagani per natura, ma atei per consunzione – non sanno farlo.
Joe è spesso tra questi ultimi. Ecco perché torna sempre con gratitudine a queste pagine, di cui qui sotto vi regala uno stralcio: perché gli ricordano chi è, e lo spingono a coltivare il proprio paganesimo, la passione, l’amore per le cose: a tentare di restare vivo quel tanto che basti perché Dio possa rispondergli.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Da Miti pagani, mistero cristiano, pp. 9-10; 14; 15

“Lo stato naturale dell’uomo è dunque il paganesimo. L’ateismo è infra-naturale ed il cristianesimo sovra-naturale. L’uomo è naturalmente pagano, cioè ha un determinato rapporto con Dio. La grazia di Dio non distrugge la natura, ma la fa sbocciare: così che anche il paganesimo viene riconquistato, purificato e trasfigurato, ma non annientato, dalla grazia del Cristo. […]
Il pagano è colui che riconosce il divino attraverso la sua manifestazione nel mondo visibile. La grande ricerca di Mircea Eliade costituisce un repertorio delle principali ierofanie. Il fatto più importante è che, nei diversi tipi di paganesimo africano, australiano, cinese o greco, le stesse realtà cosmologiche rappresentano gli stessi aspetti di Dio. Questo significa che, senza che le diverse religioni pagane si siano influenzate reciprocamente, sono pervenute in realtà alle stesse esperienze e ad una mitologia analoga. Ciò dimostra che esiste un valore oggettivo dei simboli, ovvero che i simboli designano oggettivamente taluni aspetti di Dio: alcuni la sua bontà, altri la sua potenza, altri ancora la sua santità. Ci muoviamo così in un ambito che si trova ai confini tra la teologia e la poesia, poiché il grande poeta è colui che riesce a percepire anche la dimensione interiore delle realtà materiali, come il sole, ad esempio, non sia soltanto un’esplosione atomica, ma allo stesso tempo stia a significare il mistero. È per questo motivo che la conoscenza poetica conserva sempre il proprio valore, perfino in un mondo scientifico. […] Questo non significa affatto mettere le due esperienze in contrapposizione fra loro, dato che non riteniamo affatto necessario prendere posizione contro la scienza per esaltare la mistica. Diciamo solo che l’uomo completo è appunto colui che è in grado di avere un approccio scientifico al reale e contemporaneamente un approccio religioso a questo stesso reale. La medesima realtà, insomma, è suscettibile di analisi scientifica e di intuizione religiosa e sarebbe assurdo credere che la spiegazione scientifica riassorba l’intuizione mistica e se ne appropri. […] Non si tratta di difendere una generica sfera della sensibilità contro l’invasione di un certo positivismo; si tratta al contrario di mantenersi sul piano di una razionalità integrale, e di non ridurre la razionalità dell’uomo al solo aspetto scientifico e positivista, ma di conferire alla conoscenza religiosa la propria dimensione scientifica, mostrando che essa corrisponde realmente a un modo della conoscenza dell’essere.”

(Jean Danielou, Miti pagani, mistero cristiano, traduzione di Maria Rita Paluzzi e Paolo Piazzesi, Arkeios, Roma 1995)

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