Perché si possono, anzi si devono, temere le idee dei poeti (persino quelle politiche)

Nelle ultime settimane, qualcuno dei suoi diciannove lettori lo sa, Joe è stato immerso in cose poundiane per colpa di Alessandro Rivali e del suo eccezionale libro Ho cercato di scrivere paradiso. Ma questo spazio tra Joe e i suoi quindici lettori non ha occhi per le contingenze editoriali, mira più in là e più in profondo: perciò non parleremo di Rivali, che Joe spera presto o tardi di presentare nella sua figura di scrittore e uomo a tutto tondo, né del suo bellissimo libro (che comunque non è vietato comprare, leggere e ammirare).
Ci fermeremo invece sulle cose poundiane, perché le contingenze di cui sopra hanno dato a Joe l’occasione di fare diverse chiacchierate, riletture e ri-pensamenti in merito assieme a persone dai retroterra socio-culturali più diversi (la palma va a Mamma Joe, che con la sua quinta elementare ha fatto un paio di commenti da inginocchiarsi).
Non è la prima volta che Joe – pur non essendone quel che accademicamente si può dire un esperto – si prende la briga di parlare di Pound: a cavallo tra il 2014 e il 2015, per esempio, tornò tre volte sul luogo del delitto (qui, qui e qui) e siccome Joe vive da scemo ma a volte ha idee eccellenti, consiglio anche ai miei dodici lettori di tornarci, perché vi si può scoprire o riscoprire come un poeta – quando è della stazza umana e morale di Pound – può confondersi, sbagliare, esagerare, ma alla fine sempre mirando a essenze la cui verità è sub specie aeternitatis.

Ed è proprio questo il punto che Joe sente più caro e più caldo nella vicenda intellettuale di Pound: l’artificiosa distinzione tra la sua arte e le sue idee sociali e politiche al fine di depotenziare l’una e le altre. Perché l’arte vera, l’arte delle essenze, l’arte che denuda, che fa arrossire, fa paura e non è benvoluta, mai. E non è benvoluta soprattutto dai borghesi. Ecco perché nel 1945 fu buon gioco per il governo americano il non processarlo per alto tradimento – come invece il poeta avrebbe voluto – rinchiudendolo e ovattandolo nel manicomio criminale di St. Elizabeth. Ed ecco perché, con una falsa magnanimità del tutto speculare, nel 1958 – quando fu finalmente scarcerato e poté tornare in Italia, il nichilismo borghese di un Montanelli poteva affermare che non c’era nulla di cui aver timore, perché delle idee politiche di un poeta solo gli sciocchi possono aver paura.
Ah sì? Beh, l’artificio – quello della squalifica ad hominem di una categoria o di una persona per non prenderne in considerazione gli argomenti – è vecchio come il mondo. Lo usarono con Gesù, ché niente di buono poteva venire da Nazareth, e – molto più vicino a noi – da Tangentopoli in qua ha attecchito come una cancrena irreversibile nell’anima di una nazione e di un vivere civile sempre più slabbrato e scorticato. Ma il poeta, come ogni uomo, ha diritto che ogni sua idea venga esaminata una alla volta. E allora esaminiamole, le idee politiche di questo poeta delle quali non dovremmo avere paura. Esaminiamo, per esempio, cosa Pound dice dell’usura, a cominciare dalla definizione che ne dà: non quella tecnica – per cui uno zero virgola in più o in meno distingue una banca da uno strozzino – ma quel cancro dell’anima e dei giorni in virtù del quale concepiamo e trattiamo noi e il prossimo, il nostro tempo e il tempo altrui, in costante compravendita, sempre prezzabile e trattabile. Ed esaminiamo le idee, magari non attuabili ma molto concrete – non certo astratte e poetiche, come le si bolla per non considerarle – con cui questo cancro usuraio andrebbe a suo dire contrastato.
Che sarebbero poi davvero inattuabili? Certo, se ci si attiene al paradigma. Ma la scienza, la conoscenza, non si sposta per accumulo, bensì – come sappiamo da Kuhn in poi – per salto di paradigma. Il rugby fu inventato durante una partita di calcio: ma non modificando la regola del fuorigioco, bensì quando un giocatore – frustrato per la debolezza della sua squadra – abbrancò il pallone con le mani e corse come un pazzo verso la porta avversaria mentre compagni e avversari lo inseguivano tentando di braccarlo.
È con un cambio di paradigma che si cambia e si avanza, nella vita e nel pensiero. Senza, si gestisce – magari ottimamente – il vecchio, ma non si incontra il nuovo e ogni apparente novità non è che una variazione sul tema.
Ecco perché si può e si deve aver paura del pensiero di un artista: perché quando è vero pensiero, è un pensiero-gesto capace di portarci in mare aperto senza la certezza né di una rotta, né di un approdo. Fa saltare le certezze calcolatorie con cui comprimiamo le nostre giornate, spezza i legacci tra parole e gesti ricostituendoli vergini. E adesso, miei otto lettori superstiti, leggete Pound e l’usura e ditemi che no, che è una scemenza, che non vi incendia il cuore – nello stesso istante in cui vi fa terrore – l’idea di una giustizia giusta, di una vita equa in cui si guardi a noi non come risultato di un calcolo, ma come dono dell’essere. Ditelo, che non bramate essere guardati così. E se ci riuscite, allora sì, dite pure che non si deve aver paura delle idee politiche di un poeta, perché non avete più niente da perdere, avete già perso tutto. Ma Joe, che un po’ vi conosce, non ci crede. Sa che non siete così.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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