La lingua è fascista? Scriviamo poesia

La specificità del linguaggio poetico, tanto più quanto più alta è la sua temperatura, è quella di conservare e sottolineare la propria polisemia. Un’operazione inversa, almeno in apparenza, a quella che facciamo tutti i giorni quando ci parliamo, quando proviamo più o meno distrattamente a intenderci affilando le parole come lame e presumendo di volta in volta che una parola significhi sempre, solo ed esclusivamente quel che in un dato momento conferma la nostra tesi. Un’operazione inversa, insomma, a quello che Barthes, in una boutade non del tutto smentita dalla realtà dei fatti, chiamava l’implicito fascismo della lingua.

Forse è per questo che è così divertente il gioco della traduzione, e ancor più quell’impossibile gioco che è la traduzione poetica: perché amplifica ed evidenzia questa distanza tra il linguaggio «ordinario» e quello della poesia, e perché facendolo ci ricorda che la lingua ha un non-so-che di mistero per cui usare una parola è – eliotianamente – «inginocchiarsi dove la preghiera ha funzionato».

Così – in questi giorni di discussioni convulse e ubique sul governo passato, su quello futuro e su tutti quelli a venire da qui all’eternità – la mente torna proprio a Eliot e all’attacco del quinto dei Cori da «La Rocca», quello in cui il Vecchio Possum ci mette in guardia dalle buone intenzioni e dai loro “portatori sani”. Scrive Eliot:

     

     O Lord, deliver me from the man of excellent intention and impure heart:
            for the heart is deceitful above all things, and desperately wicked.

 

Come tradurre «wicked»? Roberto Sanesi traduce – e fino a oggi Gigli lo ha seguito – con «malvagio», che sembra in effetti, tra le sfumature con cui si può rendere in italiano, una delle più adatte: meno aleatoria di «stregato», più magniloquente di «cattivo», che al confronto ha un tono più ordinario, quasi scipito. E se invece fosse proprio «cattivo», la nostra parola? Tentiamo una traduzione partendo da questa particolare sfumatura:

 

     Signore, liberami dall’uomo di eccellenti intenzioni e cuore impuro: perché il cuore è
            ingannatore sopra tutto, e disperatamente cattivo.

 

Confrontiamo i due termini. Se chiudiamo gli occhi e pensiamo a qualcuno malvagio, facilmente immaginiamo una persona dalla dubbia morale, pervicacemente intento in qualche disegno criminoso o comunque malevolo. Qualcuno che ama il male che compie. Se pensiamo a una persona cattiva, più facilmente pensiamo a qualcuno schiavo di se stesso, prigioniero di un modo di fare, pensare, vivere, come in effetti suggeriscono l’etimologia (lat. <captivus) e il campo semantico (pensiamo agli animali tenuti «in cattività», cioè in gabbia).

Cosa cambia? Beh, cambia tutto. A qualcuno che volontariamente e pervicacemente simula buone intenzioni mentre con insistenza ordisce trame a mio sfavore, non posso concedere spazio: è un nemico, ed è mio dovere combatterlo. Giudico lui, e con ragione lo giudico fuori dal mio orizzonte di vita, senza strade praticabili per potervelo accettare. A qualcuno che invece – davvero con le migliori intenzioni – fa disastri perché in fondo schiavo della propria visione del mondo, posso – con estrema cautela, persino Gesù era il primo a dire di essere sì puri come colombe, ma anche astuti come serpenti – tendere la mano, intessere un rapporto, provare uno spazio comune. Resta il giudizio sulle azioni: una cosa dannosa è dannosa e va avversata, se si può farlo senza peggiorare il danno. Ma al suo autore, posso dare credito.

Ed ecco allora che anche nell’interpretazione della poesia, il senso cambia. Che cosa dice Eliot, che il cuore è malvagio e avere buone intenzioni è un male? O che il cuore è fallace e le nostre buone intenzioni vanno messe al vaglio di un criterio più alto e comunque altro, rispetto a ciò che il cuore ci dice?

È la polisemia del linguaggio, baby, è forse è qualcosa di più che materia da articoli accademici. Forse è qualcosa di così naturale e profondo che davvero – quando usiamo una parola – dobbiamo ricordarci di che cosa, parlando, è stato concesso all’uomo rispetto al resto della Creazione: la possibilità di lodare. La possibilità di pregare.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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