Hoffmannstal e le opere: quale spazio tra spirito e comunità?

Ma che cos’è, poi, che davvero ci unisce?
È il 10 gennaio 1927 quando Hugo von Hofmannsthal entra nell’aula magna dell’Università di Monaco per pronunciare un discorso che ancora oggi è annoverato tra i capolavori della prosa in lingua tedesca. Il titolo, Le opere come spazio spirituale della nazione, è programmatico: «non è» infatti, dice Hofmannsthal, «l’abitare sul suolo natio, né il contatto fisico generato dai commerci che ci unisce a formare una comunità, bensì, prima di ogni cosa, l’esistenza di legami spirituali». Legami spirituali dati da una lingua in cui ci «ritroviamo uniti» e attraverso la quale «parla a noi il passato», instaurando tra le generazioni «un legame particolare dietro il quale intuiamo la presenza possente di un qualcosa che osiamo chiamare lo spirito della nazione».
E siccome «da molti secoli, ormai, tutto ciò che vi è di più nobile e degno di memoria è trasmesso attraverso la scrittura», ecco che parlando di lingua «parliamo di “opere”». Opere, sottolinea von Hoffmansthal, e non letteratura, perché «la parola “letteratura” designa approssimativamente la stessa cosa, ma il suo suono è per noi più ambiguo: quando la usiamo, avvertiamo subito l’infausta frattura che corre nel nostro popolo tra le persone colte e quelle che non lo sono».
Da questo particolare punto di vista, il discorso tenta quindi di descrivere il carattere e l’agire di quei “cercatori” che gli anni Venti del secolo scorso sembrano fare emergere nell’area culturale tedesca, distinguendoli dai loro antenati romantici ed evidenziandone la possibilità di contribuire a creare per la prima volta dopo lunghi secoli un moto circolare tra vita sociale e vita culturale. Uno “spazio spirituale” che attraverso le opere sappia accogliere il titanismo in una pratica sociale, uno spazio che poco meno di cent’anni dopo si fa fatica a vedere ma non si può smettere, per la nostra natura stessa, di cercare.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

[Su «Studi cattolici» di ottobre Joe recensice la nuova bella edizione di questo testo curata da Elena Raponi]

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