Di amore, d’inferno e di altre faccende

Dal suo letto di dolore e patimento, a Joe è capitato ieri sera di vedere Casper in tv. Sì, Casper, quell’intrigo sentimentale con il fantasma graziosetto e rotondetto innamorato di una Cristina Ricci ancora bambina. E ha visto l’inferno.
Sì, l’inferno: perché cos’è l’inferno, se non la distanza di me da me stesso? Così in Casper, il fantasma bambino inchiodato alla terra che non ricorda più nulla di quando era in vita: non il papà, non la mamma, non la scuola che frequentava. «È una cosa brutta?», chiede il fantasmino alla bambina, che risponde che no, non è brutto, ma è «un po’… triste». Casper non ricorda, «forse perché essendo morto, non mi interessa più tanto della vita», e meno ancora ricordano i suoi tre zii. Che nel film sono caratterizzati come macchiette, destinate a dare il tono comico sul fondo romantico della trama. Ma che toccano loro malgrado punte di umorismo nel senso pirandelliano del termine, perché nel loro mood implacabilmente ridanciano sono tristi, e fanno tristezza. Ridono, ridono, ridono come pazzi, nulla ha importanza, tutto è oblio e dismemoria. Ridono e nel loro riso si riflette la mancanza di legami e di senso, il loro essere avvinghiati a una terra da cui non sanno andarsene e verso cui non provano nulla.

L’assenza di legami, ecco l’inferno. Ed ecco perciò il mio augurio per l’anno nuovo: l’augurio di stringervi, di violentarvi, di farvi male l’uno con l’altro. Di detestarvi, portarvi rancore, odiarvi persino, finché perdono e amore siano il punto estremo di una storia di invasioni reciproche, di battaglie in cui ognuno perda pezzi di pelle e di carne per farsi pelle e carne con l’altro.
Di smettere di accettare, infine, questa morte-in-vita in cui nessuno sa più perdersi. Amici per cortesia o per carità, amanti per benessere: bramosi di una libertà che piomba come il cemento, smemorati e distratti di noi, e perciò del mondo.

[Di seguito due frammenti dalla sezione eponima del mio librino Di odore e di generazione]

2.

«Not in the scheme of generation»
fuori centro questi steli rinsecchiti
e il sole occidentale che s’incunea
dentro terre rizollate di cemento e asfalto,
d’acqua ch’esce dai tombini e impregna
gomme e cerchi e carreggiate.
                                                       Fuori schema,
fuori centro queste cose che si danno
senza causa o effetto, senza che nulla origini o consegua.

Qui, dove tutto è al posto che gli spetta
– sembra, o forse no – insieme al nostro affanno,
a un nuovo schema di generazione,
a un altro nuovo anno.

7.

Morire per amore, morire per ignavia:
è forse uguale il termine, il processo, l’omissione,
non l’origine – diversa quella, opposto il punto di partenza.
Non ti farai tu martire per troppa quiete?
Il male è bestia, insegue chi lo fugge.
La femmina fa gli occhi da cerbiatta, si stupisce
incerta se di verità o d’errore,
ché anche la mente è come il cuore,
è lente che deforma e schiaccia i tratti,
assorbe sfumature, nega
dissimiglianze e analogie.

Il peccato e il peccatore.
L’ardimento e il suo valore.

Tutto confuso, parificato e vano.
Qui, nell’altezza del cuore del sole del grano.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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