La danza, la gioia e quell’oscuro desiderio mai detto

Sarà la vecchiaia, saranno i dolori lancinanti che bucano il cervello e gli impediscono di pensare, insomma non è ormai raro che il povero Joe spenda le sue serate guardando filmetti sentimentali senza troppe pretese. E così qualche sera fa le sue stanche membra hanno goduto di Shall we dance, film del 2004 con cast stellare che un giovane Joe aveva già visto al cinema (ma la scusa all’epoca era di seguire i desideri di un’aspirante Jane Metafora che mai lo divenne…)
Protagonista è Richard Gere, avvocato d’azienda, che mentre torna sospiroso verso casa intravvede dalla metro la silhouette di Jennifer Lopez esercitarsi leggera e armoniosa in una scuola di danza. Roso dalla curiosità, ma più che altro da quell’attesa del nuovo che tutte le nostre vite soddisfatte e organizzate non possono schiacciare, il giorno dopo va a curiosare e senza quasi accorgersi si ritrova iscritto a un corso per principianti, insieme a un simpatico ragazzone negro tondeggiante – che vuole imparare a danzare e perdere un po’ di chili prima di chiedere la sua fidanzata in sposa – e a un machista latino che ricalca alla perfezione lo stereotipo hollywoodiano del gay represso, come infatti il finale del film mostrerà.
La danza si rivela una cosa seria e presto l’avvocato Gere finisce a ballare per il desiderio di ballare e non più per stare vicino all’affascinante Lopez. Tanto che si iscrive a una gara cittadina, dove viene scoperto dalla moglie (Susan Sarandon) – che nel frattempo, insospettita dalla leggerezza del marito, aveva assoldato un investigatore privato. Dopo averne vista l’allegria sulla pista da ballo, la moglie scappa via dalla sala con la figlia, ferita non dalla gioia del marito, ma dall’esserne esclusa. Ed è proprio questa solitudine della gioia che Gere, nel faccia a faccia drammatico che segue la scoperta, svela come motivo del suo silenzio: «Mi vergognavo. Io con te ho tutto quello che posso desiderare. Mi vergognavo… di voler essere ancora più felice».
Desolazione delle desolazioni, la gioia altrui è sempre sospetta, soprattutto quando non ne facciamo parte. Ma quel mondo privato, quel punto di noi misterioso spesso anche a noi stessi, come dirlo? E a chi? Come provare a metterlo in comune senza paura che crolli la parte più intima e profonda di noi stessi?
In The Confidential Clerk, Eliot scrive una scena che ricorda molto e molto chiarisce questa vergogna dei nostri sentimenti più profondi, questa difesa a spada tratta del nostro nucleo più intimo che sempre, infine, ci impedisce la gioia vera della comunione con l’altro. È all’inizio dell’atto terzo, quando Claude ed Elizabeth, marito e moglie da vent’anni, sinceramente complici e sinceramente innamorati l’uno dell’altra – entrambi hanno avuto un figlio fuori dal matrimonio ed entrambi hanno perdonato all’altro – sono portati dallo svolgersi dei fatti a un punto di rottura in cui anche l’ultima maschera crolla. Ed è impressionante vedere come due persone così vicine abbiano fino a quel momento speso il proprio amore verso una propria immagine dell’amato, un’immagine che l’amato stesso si è premurato di corroborare giorno dopo giorno. Quando finalmente si confessano l’un l’altro, ecco allora emergere la paura profonda, la paura che la persona amata rida di noi. Sia Claude, sia Elizabeth quando confessano le proprie aspirazioni, i propri sogni, li chiosano immediatamente con l’ingiunzione di «non ridere». È amaro, ma in fondo profondamente vero. Quante volte, se ci pensiamo, ci difendiamo dai nostri desideri? Quante volte sacrifichiamo al dio del calcolo ogni guizzo di vitalità o di sciocca fantasia che venga a visitare la nostra vita ordinata? Sembra impossibile, ma è facile. Ed è questo il punto, perché siamo noi stessi – prima degli altri – a ridere di noi. Quanto è amaro, questo sordo ridere di chi ama; quanto amaro, questo provar vergogna di chi vuole più amore.

The Confidential Clerk, atto III, 56-89

CLAUDE: […] Sarei stato più fedele all’ispirazione di mio padre
se avessi fatto quel che volevo fare.
ELIZABETH: Mai mi hai parlato in questo modo prima d’ora!
Perché non mai? Non credo di capire
e so che tu non pensi ch’io capisca nulla,
e forse è vero. Ma vorrei mi parlassi,
a volte, come se io potessi,
e forse arriverei a capire meglio.
Che cosa avresti voluto?
CLAUDE: Fare il vasaio.
Non ridere.
ELIZABETH: Non rido. Soltanto penso
che strano aver vissuto insieme a te, tutti questi anni,
e adesso tu mi dici che avresti voluto essere un vasaio!
Intendi proprio fare brocche e boccali,
quelli che collezioni?
CLAUDE: Proprio così.
ELIZABETH: Ma avrei amato che tu fossi un vasaio!
Perché non l’hai mai detto?
CLAUDE: Pensavo
che non ti avrebbe interessato. Anzi.
Davo per certo che quello che volessi
fosse un marito altolocato. Pensavo che mi avresti disprezzato
se avessi saputo quello che davvero volevo essere.
ELIZABETH: E io davo per certo che a te non importasse
nient’altro che gli affari e la finanza;
e che tu mi volessi, più che altro, come padrona di casa.
È un grave errore, credo,
per gente che è sposata, dare qualcosa per scontato.
CLAUDE: Questa è un’osservazione intelligente.
E forse anch’io ti ho dato troppo per scontata,
Elizabeth. Tu che volevi?
ELIZABETH: Essere ispirazione di un artista. Non ridere.
CLAUDE: Non rido […]

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

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