Di dio e di dovere – Su una poesia di Charlotte Eliot

Che Charlotte Eliot, madre del più noto Thomas Stearns, scrivesse poesie non del tutto disprezzabili, era cosa nota a me nota. Meno noto, anzi del tutto sconosciuto, mi era il fatto che tra i suoi poemetti devozionali era nascosta un’invettiva verso la ricchezza della Chiesa e la povertà (interiore) dei preti.
Un’invettiva sacrosanta, da intonare costantemente: nei tempi in cui la Chiesa splende per preservarla dalla sporcizia; e in quelli in cui la sporcizia domina, per esortare a ripulire il tempio.
C’è però un suono sordo, in questa invettiva, un suono falso, la preoccupazione di Giuda per il denaro-in-sé, per il peccato-in-sé, lo scandalo per l’uso delle cose più che la cura per il loro uso adeguato.
L’esatta proiezione, insomma, dell’alta società bostoniana di fine Ottocento, abituata a vivere e insegnare una fede fatta di coerenza e volontarismo sociale, più che di fede, pietà e di scandalosa erranza. La proiezione di una fede mortuaria e soffocante da cui Thomas fuggirà, per incontrare dopo un lungo percorso l’anglo-cattolicesimo, la riconsegna si sé a un dio di carne e di peccato, di ordine e di perdono.
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(…) La chiesa degli antichi
Aveva calici di legno, e tutti d’oro
erano i suoi preti. Adesso i preti sono in legno,
e d’oro i loro calici, e per questo
è bene rapinare il povero.
 
(Da Charlotte Champ Stearns Eliot, Savonarola)

(© Daniele Gigli per articolo e traduzione – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)