«Sire, che cosa vi strugge?»

Da quasi un anno, ormai, siamo avvolti in questa sospensione di vita che ci ostiniamo a voler credere come un “momento”, una “pausa”, una provvisoria interruzione del normale corso delle nostre esistenze. Quale fosse, il normale corso della sua esistenza, ognuno lo sa e non sta a me giudicarlo. Quale che fosse, tuttavia, era per l’appunto un “corso”: un fluire, una linea, una freccia scoccata verso un fine, esplicito o implicito che fosse. Perché la vita è teleologica, ci piaccia o no, e chiunque al mattino decida di non avere un incidente col rasoio come Adalberto Stifter, chiunque decida di passare quel momento d’ombra in cui tutti i diavoli dell’inferno vengono a blandirlo, a irretirlo con l’illusione del non senso, chiunque accetti di accogliere e vivere la sua giornata, lo fa per un fine – che lo sappia o meno, che lo ammetta o meno. E il fine – in qualunque immagine la nostra fantasia riesca a tradurlo – è sempre e solo uno, quello dell’anima semplicetta di cui Marco Lombardo racconta a Dante nel Purgatorio, quell’anima che «volontier torna/ a ciò che la trastulla». Dimenticato questo, diventiamo eliotiane «time ridden faces», strangolati e vittime di un tempo che è sempre, disperatamente chronos e mai kairos.

La nostra scelta, di fronte all’avvento di una minaccia cui non eravamo abituati, è stata istintivamente e repentinamente quella di sospendere il corso delle cose, il che la dice lunga su come stessimo e su quale autocoscienza avessimo dell’uomo e del suo fine. E adesso ci stupiamo dei suicidi, delle depressioni, della violenza sorda sempre più diffusa – o se non ce ne stupiamo, la “spieghiamo” con le difficoltà economiche, con l’incertezza, con l’ansia.

Tutto vero, ma c’è di più, molto di più. C’è il senso, o meglio, la sua assoluta mancanza, l’orrore di mister Kurtz che guarda negli occhi la morte e scopre il vuoto della vita, della sua vita. La vita è teleologica: e se noi chiudiamo in casa un uomo, un ragazzo, se gli diciamo che la sua unica utilità, la sua partecipazione all’universo è quella di essere parassitario e inutile; se gli diciamo che il suo mestiere è una “attività non essenziale”; se lo invitiamo a comprimere quell’impeto di vita che – per quanto distorto e abbrutito – è proprio e singolare dell’animale uomo, beh, non stupiamoci che questo impeto, questa energia, impedito nel suo naturale tendersi verso l’esterno, si diriga verso l’interno. Verso di sé e verso quelli a sé più vicini.

Nel pantheon indù, Shiva è il dio che costruisce e che distrugge. Come lui, noi tutti siamo fatti per costruire, ognuno come può, con i talenti e le doti che il mistero – dio, per chi vuole – gli ha assegnato. Se ci impediamo di costruire, se ci sproniamo a non farlo piuttosto che a farlo, non perciò verrà meno l’energia che ci muove. E se ci impediamo di costruire, per forza prima o poi distruggeremo.

Non è la pandemia che ci ha portati qui. È un processo antico di degenerazione di quell’innervatura cattolica che ha costruito l’Occidente, un processo che dura da almeno quattrocento anni e che la Controriforma ha drammaticamente accelerato. Ma non è assegnando colpe o ricostruendo genealogie che si potrà ricostituire un’esperienza umana; e se a noi non è dato di sapere quale sia il kairos della storia universale, ci è dato invece sapere che il nostro kairos personale è qui e ora – sempre. E che la politica è fatta di gesti liberi. E che la prima politica è vivere.

Per questo, al di qua di rivoluzioni o controrivoluzioni, e al di qua di vivere o morire, è solo una la domanda che con sempre più urgenza sento di dover difendere, la domanda che Parsifal pone al Re Pescatore, così soltanto salvando lui e la sua terra. La domanda suprema dell’uomo per l’uomo e dell’uomo per dio: «Ditemi, Sire, che cosa vi strugge?»

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)