Sulla fine dell’epoca moderna – Appunti sparsi

1) L’epoca moderna è terminata da cent’anni e il post-moderno altro non è che il crogiolo informe in cui si stanno consumando i suoi cascami. Nessuna società creativa e vitale si è mai definita «post» qualcosa. 2) Quando parlo di epoca moderna, parlo di civiltà cristiana, indissolubilmente legata – persino nella negazione protestante che la origina – all’esperienza statuale, culturale e immaginale della civiltà cattolica medievale. 3) Di conseguenza, l’attuale condizione è irriformabile, perché noi viviamo i residui culturali di una struttura immaginale della quale non vogliamo riconoscere né la paternità, né tanto meno la bontà. 4) Se anche le si volessero riconoscere, questa nostra filiazione e la sua bontà, non potremmo rinverdirle. Perché è l’immaginario che si è lentamente disfatto e un immaginario non si ricostituisce a tavolino: la società è sempre data e sempre precede la forma statuale, non è – ci piaccia o meno – figlia di un patto sociale: è figlia della fede. Il patto sociale, se mai, certifica e garantisce ciò che i cuori riconoscono come bene e in cui ripongono fede. 5) Infatti, quella che l’Occidente (per usare una definizione imperfetta ma ben comprensibile) sta vivendo è una crisi antropologica: una crisi di cuori da secoli sempre più disabituati a cercare, riconoscere e difendere a spada tratta il Bene. Una crisi di forme della mente, prima che di forme della socialità. E di forme della socialità, prima che di forme civiche. 6) Quando una società ha la percezione di stare crollando, ma non ha fede in dio, tutte le sue parti si irrigidiscono nella propria utopia di bene (con la b minuscola) e si creano spazi ampi come steppe per i progetti più illusori e disumani. 7) Tutte le istanze rivoluzionarie, infatti, dall’alba dei tempi giocano indistintamente nel medesimo campo del potere dominante. Il problema non è chi ha il potere, ma a quale ideale e a quale immaginario chi ha il potere risponde: si rileggano il Libro dei Re e i Giudici. 8) Che fare? Anzitutto, rassegnarsi all’irriformabilità. Il punto non è se e come puntellare le rovine di questa civiltà: è destinata a crollare, anzi è già crollata. Se così non fosse, non ci sarebbe posto per quelli che molti di noi vedono come spaventose aberrazioni e spaventosi pervertimenti dell’umano. Queste aberrazioni e questi pervertimenti hanno spazio crescente perché c’è una larga maggioranza di persone che, lungi dal rifuggirli, li accolgono come possibilità di bene. 9) Perciò, di nuovo, che fare? Fare una scelta. Lasciarsi legittimamente plasmare dal corso maggioritario della storia, o difendere i propri spazi di vita. 10) Ma il primo e più importante spazio di vita non si difende dialetticamente: è uno spazio immaginale, culturale, uno spazio che permette di pensare alla creazione umana e al lavoro umano come a «gioie intellettuali dei sensi» (Eliot, Cori da «La rocca», IX). È il gesto di Violaine, che piena di commozione bacia il lebbroso Pietro di Craôn incosciente di ciò che verrà, interamente coinvolta nel qui e ora di quel gesto irredimibile. 11) Questa scelta non è un’opposizione, ma una posizione. Una scelta che si può compiere e rinnovare in ogni condizione, perché l’immaginario non è fuga dalla realtà, ma è messa in forma del Vero. «La formica è un centauro nel suo mondo di draghi» (Pound, Canto 81). Se il mondo è pieno di draghi, più o meno reali, non ci sorprenda formiche, ma ci trovi centauri.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)