Zan, Searle e la parola senza azione

Quando nel 1969 John Searle pubblica Speech Acts il mondo scopre quello che fin dalla notte dei tempi poeti e sacerdoti hanno sempre saputo: che le parole sono atti; e che, come tutti gli atti, hanno degli effetti – in parte prevedibili, ma in ultimo incontrollabili.

Nello specifico, Searle sosteneva che ogni volta che parliamo noi compiamo contemporaneamente tre azioni: un atto locutivo, cioè la costruzione della frase che pronunciamo; un atto illocutivo, vale a dire l’intenzione che vi mettiamo, il tentativo di produrre un effetto; e un atto perlocutivo, cioè l’effetto reale che la nostra frase ottiene sull’interlocutore. È un dia-logo, un «discorso a due», e come tutti i discorsi a due l’intenzione dell’effetto e l’effetto reale possono non coincidere. Solo chi fa sbaglia, dice l’antico adagio, e se parlare è fare, allora anche questo fare può non ottenere il suo scopo.

L’azione e l’errore, ecco il punto. Premurandosi di limitare i possibili effetti negativi della parola, il disegno di legge Zan ne mina alla radice la peculiarità, il carattere di azione che le è connaturato. Non si tratta, qui, di giudicare le intenzioni dei proponenti o la loro buona fede, ma di certificare l’ennesimo scambio tra realtà e proiezione, tra ontologia ed etica. Perché l’azione, che ci piaccia o no, è connaturale all’uomo; e la parola, che ci piaccia o no, è un atto. Per questo voler permettere la circolazione soltanto a parole depotenziate va ben al di là della libertà di dire o non dire qualcosa: perché nega la struttura stessa del linguaggio.

Definire per legge la liceità di un discorso in virtù delle intenzioni che chi lo riceve presume di assegnare al parlante, distrugge infatti la possibilità stessa di enunciare. «Fa freddo», a seconda dell’intenzione di chi lo dice, del contesto reale in cui viene detto e della sensibilità di chi ascolta, può indurre quest’ultimo ad alzarsi e chiudere la finestra. Voleva questo, chi ha affermato che fa freddo? E che lo volesse o meno, le sue parole hanno imposto la reazione di chi, ascoltando, ha voluto fare un gesto grazioso alzandosi e chiudendo la finestra? O chi ha chiuso la finestra ha liberamente risposto a una libera proposta?

Il dialogo, come la civiltà, è certo fatto di regole. Ma le regole debbono avere un unico scopo: quello di ordinare, di regolare quel mutuo scambio di libertà che è la comunicazione umana – la messa in comune di sé. San Paolo diceva che la forza del peccato è la legge: attenzione, perciò, a imbrigliare la libertà senza chiederci quale fine ultimo – ultimo, non intermedio – vogliamo ottenere, a sostituire per l’ennesima volta la procedura al libero agire.

Perché imbrigliando la libertà ci sarà forse un po’ meno attrito nel muoversi; ma come sapeva Eliot, «mille vigili che dirigono il traffico / non sanno dirvi né perché venite né dove andate» e «una colonia intera di cavie o un’orda di attive marmotte / edificano meglio di coloro che edificano senza il SIGNORE».

E noi siamo ancora qualcosa di più che attive marmotte. O almeno, così si spera.