Perché si possono, anzi si devono, temere le idee dei poeti (persino quelle politiche)

Nelle ultime settimane, qualcuno dei suoi diciannove lettori lo sa, Joe è stato immerso in cose poundiane per colpa di Alessandro Rivali e del suo eccezionale libro Ho cercato di scrivere paradiso. Ma questo spazio tra Joe e i suoi quindici lettori non ha occhi per le contingenze editoriali, mira più in là e più in profondo: perciò non parleremo di Rivali, che Joe spera presto o tardi di presentare nella sua figura di scrittore e uomo a tutto tondo, né del suo bellissimo libro (che comunque non è vietato comprare, leggere e ammirare).
Ci fermeremo invece sulle cose poundiane, perché le contingenze di cui sopra hanno dato a Joe l’occasione di fare diverse chiacchierate, riletture e ri-pensamenti in merito assieme a persone dai retroterra socio-culturali più diversi (la palma va a Mamma Joe, che con la sua quinta elementare ha fatto un paio di commenti da inginocchiarsi).
Continua a leggere

Litigare, aderire, tradurre e mille altre scuse per amare Dylan Thomas

Anche i litigi portano i loro frutti. Per esempio, perché avvenendo in forma e per mezzo di parole ci ricordano come le parole siano sostanza, nel loro essere e dare forma. E che perciò ogni litigio, prima di essere questione di contenuto divergente, è questione di forma non rispettata. È il peccato originale del conversare, del “trovarsi insieme” (con-versari) per dirigersi verso quel punto inattingibile che è la concordia: ci si prova, ci si prova, ma il “mio” viola, la mia esperienza del viola, non sarà mai il “tuo” viola: su molte cose più dozzinali e quotidiane finiremo col capirci, ma sempre, infine, con l’impressione latente che non stiamo parlando della stessa cosa (un giorno Joe potrebbe raccontarvi che cosa ne capì e ne disse un giovanissimo Eliot, ma adesso non si può). Mentre aderire a quel che un altro dice, è aderire anzitutto alla forma delle sue parole. Come diceva Eliot parlando dell’allegoria di Dante, interessarsi non tanto al significato delle parole, ma al processo mentale per cui uno arriva a pensare – e a dire – in una certa forma determinate parole.

Continua a leggere

Il paganesimo, nostra natura

Non sarà certo Joe Metafora a dirvi chi era Jean Daniélou: a chi bazzica la teologia il nome, benché un po’ out, è senz’altro noto; a tutti gli altri ci auguriamo la maggior parte basteranno Wikipedia e questo articolo, che rende giustizia anche alla vicenda della sua morte, di cui troppo e male si parlò all’epoca e di cui non ci cale adesso.
Quello che preme a Joe sono invece le ragioni per cui gli è grato e per cui quando gli è concesso di ricordarselo prega per lui. La prima di queste ragioni è quella parete difficilissima e mai del tutto conquistata che risponde al titolo di Saggio sul mistero della storia (1953); la seconda, ma affettivamente dominante, è un’opera più “leggera” e più tarda, Miti pagani, mistero cristiano (1966). Un’opera che è ricapitata di recente tra le mani di Joe, entusiasmandolo come ogni volta che ne apre a caso le pagine. E se si apre la prima, ecco venir fuori questa definizione: “Lo stato naturale dell’uomo è dunque il paganesimo. L’ateismo è infra-naturale ed il cristianesimo sovra-naturale. L’uomo è naturalmente pagano, cioè ha un determinato rapporto con Dio. La grazia di Dio non distrugge la natura, ma la fa sbocciare: così che anche il paganesimo viene riconquistato, purificato e trasfigurato, ma non annientato, dalla grazia del Cristo”.
Continua a leggere

Vocazione e civiltà: consonanti per i nostri nomi

Qualche tempo fa, in un incontro come sempre troppo fugace e troppo telematico, un’amica lamentava con Joe i tempi in cui le si insegnava che la cultura “nel piccolo e nel molto, costruisce una civiltà al posto di uno zoo”.
Da vecchio nostalgico di un passato mai visto e forse mai esistito, Joe non può che assentire: non si tratta, infatti, di intonare una lauda dei tempi andati, ma di intuire e accettare un’opzione che – come direbbe Quadrelli – se non recupera una tradizione attuata, quanto meno riconosce una tradizione possibile. Non si tratta nemmeno, peraltro, di levare il sopracciglio e perpetrare la terribile e sempre più drammatica forbice tra riflessività ed esperienza (anche qui Joe si difende e cita a suo pro i maggiori: Eliot, per esempio, con la sua icastica definizione che identificava nella separazione tra intelletto e senso il dramma della poesia e del pensiero moderni). Si tratta di difendere e amare le vette della cultura e della civiltà come vette dell’esperienza umana, per ciò stesso desiderabili e trasmissibili. Nulla più di questo, nulla meno di questo.
Continua a leggere

Conoscere per mistero, conoscere per ardore: Luzi e la parola come preghiera

Una delle cose che a Joe riesce più difficile far capire agli amici, ai nemici e a quelli di mezzo è la sua concezione della parola come preghiera. Volendo stringere, dice Joe che quando nominiamo qualcosa la stiamo sì indicando, descrivendo, definendo, ma anzitutto – anche se quasi mai ne siamo coscienti – la stiamo pregando affinché si sveli, si risveli, approfondisca per noi la sua natura. E che la parola con cui la nominiamo (ma secondo Joe vale anche per il verbo), di questa preghiera è lo strumento. Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: