Un breve addio

Cari 17 lettori,
un breve saluto per ringraziare quanti tra voi, una volta o sempre, hanno avuto la curiosità di leggermi in questo anno e mezzo abbondante.
I tempi sono quelli che sono e sento l’esigenza di scrivere altre cose in altro modo, perciò il Joe Metafora Social Club chiude i battenti. Resterà on line almeno fin quando scadrà il dominio – non ricordo quando e non ho particolare interesse, al momento – ma non verrà più aggiornato.
Come vi dicevo, ho esigenza di scrivere altre cose in altro modo, perciò ho cominciato una nuova pagina che ho chiamato – perché anche in tempi disperati un filo di ironia va conservata – radiocassandra. Chi di voi vorrà, potrà venire ogni tanto a sbirciare su

radiocassandra.blog

A tutti un arrivederci, a dio piacendo.

daniele

Pensiero della sera

D’accordo, una tantum si può rinunciare a essere scemi e persino Joe può farlo.

Joe stamattina si è operato per la seconda volta in tre mesi. Niente di terribile, ma ricorda benissimo, quando lo seppe un mese fa, il misto di ribellione, sconforto, voglia di mollare. Un sentimento che nei giorni, per grazia e libertà, si è levigato – intersecandosi con il complicarsi delle vicende sanitarie nazionali, con tutti i dai e vai, le programmazioni e i rinvii, le sale operatorie indisponibili. Ma il sentimento, quel misto di ribellione, sconforto e voglia di lasciare, si è levigato, si è smussato nella percezione di una verità cento volte intuita e cento volte perduta, l’intuizione raccolta da Claudel ne L’annuncio a Maria, quando verso le ultime battute, pregando sulla figlia morta e sulle pene da lei portate, Anna Vercors scolpisce queste parole: “Che vale il mondo di fronte alla vita? E che vale la vita se non per donarla? E perché tormentarsi, quando è così semplice obbedire?” Continua a leggere

L’istante che muore e la gioia perentoria

Che cosa c’è in un istante? E quando ci lasciamo andare al famoso imperativo, davvero con quel carpe cogliamo solo un attimo? Cogliere l’attimo, goderne, non ha forse a che fare con tutto il passato che in quell’istante si raccoglie? E col futuro che da lì si promette?
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T.S. Eliot ed Emily Hale, o: l’amore di un fantasma per un fantasma

Venerdì 3 ottobre, 1930. T.S. Eliot è in ufficio, forse, o forse a casa, e chi lo sa se è pomeriggio o se l’ora violetta così ben cantata nel Waste Land ha già lasciato il passo al buio della sera. È venerdì 3 ottobre ed Eliot, con l’improvvida audacia dei disperati, prende in mano la penna e scrive. Destinataria: miss Emily Hale, insegnante e attrice americana, amica di gioventù mai più vista né sentita – se non in rare occasioni – da quando nel 1914 le aveva confessato il proprio amore partendo per l’Europa. Una confessione che non aveva destato in Emily particolari reazioni, se è vero che a parte un pugno di lettere amichevoli e piuttosto formali scambiate tra il 1914 e il 1915, i due non avranno altri contatti, fatti salvi un paio di incontri occasionali nel ’22 e nel ’27.
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La danza, la gioia e quell’oscuro desiderio mai detto

Sarà la vecchiaia, saranno i dolori lancinanti che bucano il cervello e gli impediscono di pensare, insomma non è ormai raro che il povero Joe spenda le sue serate guardando filmetti sentimentali senza troppe pretese. E così qualche sera fa le sue stanche membra hanno goduto di Shall we dance, film del 2004 con cast stellare che un giovane Joe aveva già visto al cinema (ma la scusa all’epoca era di seguire i desideri di un’aspirante Jane Metafora che mai lo divenne…)
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Di amore, d’inferno e di altre faccende

Dal suo letto di dolore e patimento, a Joe è capitato ieri sera di vedere Casper in tv. Sì, Casper, quell’intrigo sentimentale con il fantasma graziosetto e rotondetto innamorato di una Cristina Ricci ancora bambina. E ha visto l’inferno. Continua a leggere

Di odore e di generazione

E dopo quattro anni, ecco che arriva un nuovo libro. Qui sotto la poesia che lo apre, al link tutte le informazioni per averlo.

Prima dell’Ariete

Asfalto bianco e luce,
luce che punta dai lampioni e spazza l’aria,
l’aria tiepida in anticipo sul tempo,
dopo la ghiaccia e prima dell’Ariete.

Il tempo non è fermo,
non ancora, sotto la cappa delle attese
il tempo muove, slarga spazi,
sgrana roccaforti.

Dove più quieto s’alza l’equinozio
è adesso il tempo, è adesso che si sceglie
vita o morte, speranza o perdizione.

Ora che il vento lieve e fuori tempo
muove spazi, fa promesse che non sa portare,
adesso è l’ora, adesso è vivere, è restare.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Per C., in memoriam (1978-2018)

Che in fondo è anche questo il bello della letteratura: poter scoprire che in un altro tempo e in un altro luogo qualcuno ha pre-sofferto per tuo conto, ti è stato sodale, ha scritto per te, per ciò che dovevi dire. Per me, oggi, è un giovanissimo Pound, di cui mi approprio per ricordare C. a un anno dalla sua morte.
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Hoffmannstal e le opere: quale spazio tra spirito e comunità?

Ma che cos’è, poi, che davvero ci unisce?
È il 10 gennaio 1927 quando Hugo von Hofmannsthal entra nell’aula magna dell’Università di Monaco per pronunciare un discorso che ancora oggi è annoverato tra i capolavori della prosa in lingua tedesca. Il titolo, Le opere come spazio spirituale della nazione, è programmatico: «non è» infatti, dice Hofmannsthal, «l’abitare sul suolo natio, né il contatto fisico generato dai commerci che ci unisce a formare una comunità, bensì, prima di ogni cosa, l’esistenza di legami spirituali». Legami spirituali dati da una lingua in cui ci «ritroviamo uniti» e attraverso la quale «parla a noi il passato», instaurando tra le generazioni «un legame particolare dietro il quale intuiamo la presenza possente di un qualcosa che osiamo chiamare lo spirito della nazione».
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Di domenica, prima del sacrificio

Questo è il periodo, o meglio, questa è l’epoca: confusa, violenta, con le giornate che si sciolgono in frammenti senza filo e le notizie che spaventano. Si vorrebbe pensare qualcosa, dire qualcosa, anzi: si è costretti a farlo, non si può non pensare, non dire. Ma ogni discorso è così parziale, così inadeguato…
Restano i versi, a volte e per grazia, a salvare la voglia di parlare e quella di guardare.
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