Di odore e di generazione

E dopo quattro anni, ecco che arriva un nuovo libro. Qui sotto la poesia che lo apre, al link tutte le informazioni per averlo.

Prima dell’Ariete

Asfalto bianco e luce,
luce che punta dai lampioni e spazza l’aria,
l’aria tiepida in anticipo sul tempo,
dopo la ghiaccia e prima dell’Ariete.

Il tempo non è fermo,
non ancora, sotto la cappa delle attese
il tempo muove, slarga spazi,
sgrana roccaforti.

Dove più quieto s’alza l’equinozio
è adesso il tempo, è adesso che si sceglie
vita o morte, speranza o perdizione.

Ora che il vento lieve e fuori tempo
muove spazi, fa promesse che non sa portare,
adesso è l’ora, adesso è vivere, è restare.

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)

Per C., in memoriam (1978-2018)

Che in fondo è anche questo il bello della letteratura: poter scoprire che in un altro tempo e in un altro luogo qualcuno ha pre-sofferto per tuo conto, ti è stato sodale, ha scritto per te, per ciò che dovevi dire. Per me, oggi, è un giovanissimo Pound, di cui mi approprio per ricordare C. a un anno dalla sua morte.
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Hoffmannstal e le opere: quale spazio tra spirito e comunità?

Ma che cos’è, poi, che davvero ci unisce?
È il 10 gennaio 1927 quando Hugo von Hofmannsthal entra nell’aula magna dell’Università di Monaco per pronunciare un discorso che ancora oggi è annoverato tra i capolavori della prosa in lingua tedesca. Il titolo, Le opere come spazio spirituale della nazione, è programmatico: «non è» infatti, dice Hofmannsthal, «l’abitare sul suolo natio, né il contatto fisico generato dai commerci che ci unisce a formare una comunità, bensì, prima di ogni cosa, l’esistenza di legami spirituali». Legami spirituali dati da una lingua in cui ci «ritroviamo uniti» e attraverso la quale «parla a noi il passato», instaurando tra le generazioni «un legame particolare dietro il quale intuiamo la presenza possente di un qualcosa che osiamo chiamare lo spirito della nazione».
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Di domenica, prima del sacrificio

Questo è il periodo, o meglio, questa è l’epoca: confusa, violenta, con le giornate che si sciolgono in frammenti senza filo e le notizie che spaventano. Si vorrebbe pensare qualcosa, dire qualcosa, anzi: si è costretti a farlo, non si può non pensare, non dire. Ma ogni discorso è così parziale, così inadeguato…
Restano i versi, a volte e per grazia, a salvare la voglia di parlare e quella di guardare.
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Di vita, di morte, d’umano

Davanti alla decisione della Consulta su Cappato, e all’immediato cicaleccio che ne è scaturito, ho pensieri confusi, o meglio: chiarissimi, ma che non riesco a far coerenti e consequenziali. Penso che anche in questo il pensiero-poesia mi ha salvato la vita e la testa: nel miracolo transitorio ma reale della convergenza dei punti di vista che passa attraverso la lingua e la struttura del testo.

Tutto questo per dire che prima e al di qua delle ragioni di ordine giuridico, filosofico e confessionale, mi sembra che nel non vietare a tutti i costi a qualcuno di uccidersi, ciò che perdiamo è quell’unico specchio, spesso smerigliato e unto, attraverso cui riconoscere noi stessi come presenti – e presenti all’universo.

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La lingua è fascista? Scriviamo poesia

La specificità del linguaggio poetico, tanto più quanto più alta è la sua temperatura, è quella di conservare e sottolineare la propria polisemia. Un’operazione inversa, almeno in apparenza, a quella che facciamo tutti i giorni quando ci parliamo, quando proviamo più o meno distrattamente a intenderci affilando le parole come lame e presumendo di volta in volta che una parola significhi sempre, solo ed esclusivamente quel che in un dato momento conferma la nostra tesi. Un’operazione inversa, insomma, a quello che Barthes, in una boutade non del tutto smentita dalla realtà dei fatti, chiamava l’implicito fascismo della lingua.
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“And all shall be well, and all manner of thing shall be well”

In quella mirabile sintesi di fede e ragione raccolta sotto il titolo Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità (Jaca Book, 1989), l’allora cardinal Ratzinger attacca la lezione sulla Speranza (il libro sistematizza le tre lezioni su Fede, Speranza e Carità svolte ai sacerdoti di Comunione e Liberazione nel 1986) con un ricordo personale: “Nella prima metà degli anni Settanta, un amico del nostro gruppo fece un viaggio in Olanda […]”. Il resoconto di quel viaggio, tra “seminari vuoti, ordini religiosi senza vocazioni, preti e religiosi che in gruppi voltano le spalle alla loro vocazione, la scomparsa della confessione […]” sembra – ed è – apocalittico. Eppure, ciò che lascia perplesso il brillante cardinale tedesco non è l’elenco delle disgrazie, ma il giudizio conclusivo dell’amico: una Chiesa “grandiosa, perché non c’era da nessuna parte pessimismo. […] Il fenomeno dell’ottimismo generale faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione; bastava a compensare ogni negativo”.
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Pensieri, 1

Non si può portare nulla senza carità. Non si può sopportare nemmeno noi stessi, se non è per carità verso se stessi. È un atto della volontà, una serie interminata di atti della volontà. Che volontà? Continua a leggere

Perché si possono, anzi si devono, temere le idee dei poeti (persino quelle politiche)

Nelle ultime settimane, qualcuno dei suoi diciannove lettori lo sa, Joe è stato immerso in cose poundiane per colpa di Alessandro Rivali e del suo eccezionale libro Ho cercato di scrivere paradiso. Ma questo spazio tra Joe e i suoi quindici lettori non ha occhi per le contingenze editoriali, mira più in là e più in profondo: perciò non parleremo di Rivali, che Joe spera presto o tardi di presentare nella sua figura di scrittore e uomo a tutto tondo, né del suo bellissimo libro (che comunque non è vietato comprare, leggere e ammirare).
Ci fermeremo invece sulle cose poundiane, perché le contingenze di cui sopra hanno dato a Joe l’occasione di fare diverse chiacchierate, riletture e ri-pensamenti in merito assieme a persone dai retroterra socio-culturali più diversi (la palma va a Mamma Joe, che con la sua quinta elementare ha fatto un paio di commenti da inginocchiarsi).
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Litigare, aderire, tradurre e mille altre scuse per amare Dylan Thomas

Anche i litigi portano i loro frutti. Per esempio, perché avvenendo in forma e per mezzo di parole ci ricordano come le parole siano sostanza, nel loro essere e dare forma. E che perciò ogni litigio, prima di essere questione di contenuto divergente, è questione di forma non rispettata. È il peccato originale del conversare, del “trovarsi insieme” (con-versari) per dirigersi verso quel punto inattingibile che è la concordia: ci si prova, ci si prova, ma il “mio” viola, la mia esperienza del viola, non sarà mai il “tuo” viola: su molte cose più dozzinali e quotidiane finiremo col capirci, ma sempre, infine, con l’impressione latente che non stiamo parlando della stessa cosa (un giorno Joe potrebbe raccontarvi che cosa ne capì e ne disse un giovanissimo Eliot, ma adesso non si può). Mentre aderire a quel che un altro dice, è aderire anzitutto alla forma delle sue parole. Come diceva Eliot parlando dell’allegoria di Dante, interessarsi non tanto al significato delle parole, ma al processo mentale per cui uno arriva a pensare – e a dire – in una certa forma determinate parole.

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