01.Scrittura in versi

Per mezzo del suo alias, Joe ha finora pubblicato tre libri di versi (vedi la pagina Joe per notizie più puntuali). Qui sotto ne mette qualche stralcio in comune dai volumi Presenze (2008) e Fuoco unanime (2015).

 

Da Presenze 

Cade, s’inabissa l’occidente

Cade, s’inabissa l’occidente,
si dissolve, muore sotto i cieli alti di pietra-luce in ore cave.
Sull’acqua-marmo allucinano gli occhi,
senza punto si moltiplica lo sguardo,
cede l’orizzonte senza tempo.

Così si muore:
assassinati in preghiera o nei palazzi a vetro, dagli amici.
Figliano giudizi, rivoluzioni inerti,
nel fuoco bruciano bandiere, cadono le croci.

 

Transpadana

Le rocce, il fiume a schianto sulle rive, il temporale squarcia l’aria ferma.
Restiamo qui, chi in questo luogo teso, chi lontano,
a specchio in questo cruore selva,
brani di memoria avversi al vuoto.

Tu dove sei, mi chiedo, dove in questa luce incerta:
ancora qui, ancora nel mio cuore o fuori, inanimata, persa?

Di questa luce prega, prega che ne resti:
sui campi stesi a volo di rotaia, i bracci del torrente, il greto,
il margine di riva e di risaia.

 

Da Fuoco unanime 

Fuoco unanime, 2

A mezzogiorno
nell’apice della rivoluzione,
quando per troppo ardore oscura il fuoco bianco.
O al volgere dell’anno,
a mezzanotte,
quando la rara luce agghiaccia e flette sulla neve, dà chiarore,
strappa dal muro d’ombra i margini dei monti.

Vuoto delle parole che si svuotano, s’incancreniscono, edificano in sé la propria tomba.
Fuori dal tempo e dalle cose piegano l’idea,
l’asservono, assise al desco degli inerti, dei vomitati dalla bocca.

 

Fuoco unanime, 3

«Kyrie» brulica la torma delle voci
calcate l’una all’altra, in movimento.
«Kyrie» invoca il coro univoco e discorde,
straziato a un fuoco mai attizzato,
senza remissione.

«Eleison» – Per che cosa?
Il mormorio sommesso copre il passo,
brucia sotto cenere, confonde colpe, smorza meriti.
Pietà per quale colpa, a che dolore rendere giustizia?
S’impastano giudizio e fatto, si elidono, fingono coincidenza:
arresi alla menzogna lieve delle cose,
del qui e ora fuori dal qui e ora.

La terra delle ossa senza tendini, dei corpi sfarinati è adesso,
adesso e in ogni luogo.
Passa in un’epoca l’acciaio della notte, il fremito dei corpi senza nome.

 

Lascaux, 2

La notte, poi, veniva a visitarlo il dio
e fuoco e vampa e cerchi nella terra. Si chiedeva
a quale sesso, si chiedeva –
senza chiedere, nel tempo aperto, al soglio della caccia.
«Cielo e terra, cielo sulla terra e sotto terra» urlava
e dalla grotta un pianto né di bestia né di donna
ne contava i segni.

Soltanto nella danza. Il fuoco preso e reso,
il fuoco acceso al legno, i sassi a schermo, e maschi
e femmine legati e sciolti, in danza,
in successione: mani e cosce, mani e mani, grida e mani
al dio, alla notte e al giorno, al tempo sempre uguale
e sempre nuovo.
Nella danza.
Aperto il cielo e il cuore, aperto il petto del nemico, il cranio,
inoculata la polpa del cervello, l’anima, la forza.

Così pensava, o credeva di pensare e pensavano per lui
la carne e il sangue, l’ira e i tremiti di noia.
Non senza chiedersi, non senza chiedersi senza saperlo chiedere
che cosa fossero quei suoni quelle rocce in gola tra un vagito e un altro,
com’è che avessero una voce, un – come dirlo – un senso.

 

Lascaux, 6

Vedemmo allora il male ed era grave e spesso
mentre il mattino apriva (non più pioggia,
infine, non più pioggia).

 

(© Daniele Gigli – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)